di Giuseppe Ciancabilla

Poiché la mia evoluzione verso il pensiero anarchico può essere di esempio a coloro che sentono il peso della democrazia socialista, e pur tuttavia non hanno la forza e il coraggio di liberarsene, mi sembra logico che io accenni qui alle cause che questa mia evoluzione hanno motivato. Fu dapprima il contatto delle persone, e la nausea ognor crescente delle ambizioni personali. A poco a poco mi convinsi che la forza apparente di superiorità intellettuale e di dottrina del partito socialista-democratico italiano, viene  ad esso dalla massa dei borghesi colti ed intelligenti che ingrossano le sue file esclusivamente per acquietare la loro smania di politicanti perduti e sciupati nel mare magnum della borghesia, e primeggianti invece con facilità sull’incoscienza credula dei lavoratori. Se il partito socialista-democratico riponesse tra i ferrivecchi del mestiere la lotta elettorale, i buoni borghesi e socialisti tornerebbero a difendere la proprietà privata. Non si avrebbe così il deputato che, pur di essere eletto, sciupa migliaia di lire in una larga propaganda… del voto, e il giovane neo-eletto che fin da tre anni fa dichiarava alteramente come a trent’anni voleva essere eletto deputato – e il furbo aveva bene calcolato sul pecorume dei suoi propagandati -, e il deputato che non permette che i suoi colleghi socialisti vadano a fargli la propaganda nel suo collegio in periodo elettorale, perché semplicemente gli guasterebbe le uova nel paniere, e l’altro deputato che fa lo scettico di professione, e crede nell’avvenire del socialismo quanto io credo nel buon dio, e il deputato nel cui collegio non esiste nemmeno un socialista a pagarlo a peso d’oro e non si vende una copia dell’Avanti!, e che sciorina ai suoi elettori un discorso a base delle solite promesse di ponti, di strade, di ferrovie, ecc. Questo in tesi, dirò così, speciale o particolare. Ma io mi sono convinto che la lotta elettorale equivale, sempre e dappertutto, a un rammollimento progressivo della coscienza rivoluzionaria, laddove essa esiste, e a un falso orientamento del proletariato quando esso è vergine e nuovo alla lotta per l’ideale. Il principio della conquista dei pubblici poteri, caposaldo della tattica e della propaganda socialista-democratica, è falso per la inattuabilità pratica di fronte alla resistenza logicamente disperata della borghesia, è falso per la sua essenza stessa autoritaria, in opposizione colle aspirazioni libertarie del proletariato che tende all’emancipazione da ogni potere e da ogni autorità. I pubblici poteri, conquistati, e sia pure trasformati da una maggiorana socialista o collettivista, saranno sempre nelle mani di alcuni il mezzo di sfruttamento sugli altri. Ciò sta nella natura umana, nella vita, nella tendenza istintiva degli esseri verso la dominazione e la superiorità morale e materiale. La conquista dei poteri pubblici — falsa nella sua inattuabilità pratica — e pure sciorinata e sventolata innanzi agli occhi imbambolati delle coscienze vergini e nuove, è una mistificazione, una illusione, un tentativo d’ipnotizzare le coscienze stesse. Gli ingenui attendono e attenderanno ancora la trasformazione della società e il loro benessere dalla lotta parlamentare, e cullati nella facile e comoda prospettiva di questa lotta legalitaria a colpi di schede, si risveglieranno deboli e assonnati, quando la borghesia spaurita raccoglierà contro di loro le forze vivaci dell’ultima resistenza disperata. La conquista dei pubblici poteri — falsa nella sua essenza autoritaria — è una contraddizione stridente contro il concetto più elementare della libertà socialistica, quale fu sognata dai precursori dell’idea, quale fu vagheggiata da coloro che per l’idea si sacrificarono, quale i socialisti che aspirano al socialismo, e non alla deputazione o al consiglierato, sognano ora e sogneranno sempre e traverso la lotta, i sacrifici e il martirio. Ne consegue che la lotta fatta per questa doppia mistificazione è un tessuto di transazioni e di concessioni a base di programmi minimi e d’ipocrisie. Il gregge elettorale socialista, essendo un’infima minoranza, bisogna pure accaparrarsi naturalmente i voti degli altri per quanto untuosamente si vada ripetendo che non si vogliano i voti di coloro che son socialisti. E si sventola un programma minimo allo stato permanente d’incubazione, un programma minimo che Cavallotti inventò, prima dei socialisti, nel Patto di Roma. E si bada a ripetere con premurosa insistenza ai buoni elettori cristiani che il socialismo non intacca la religione, essendo questa… un affare privato, quasi come i debiti e le cambiali. Perdio! e il materialismo storico? e l’ateismo? Quale coerenza… opportunistica! Il congresso di Bologna, composto nella sua maggioranza di aspiranti, più o meno prossimi o remoti, alla deputazione e al consiglierato, i più borghesi che facevan sfoggio di discutibile abilità oratoria, il resto operai imborghesiti, goffi mestieranti della politica, non meno degli altri ambiziosi, tutti candidati del passato, del presente e del futuro, riaffermò, per quanto attenuato, il concetto dell’ azione politica del proletariato socialista. Sortii da quel congresso disgustato, e non esitai a rendere pubblica la mia impressione sfavorevole. Vidi poco dopo Errico Malatesta, e al’esposizione stringente del programma socialista-anarchico fattami da lui, io m’intesi ritemprato e come rafforzato in quel bagno di luce serena. Quel programma lo resi pubblico in un’intervista sull’Avanti!. La concezione socialista-anarchica, senza ambizioni, senza aspirazioni autoritarie, senza mistificazioni, senza transizioni acquietò l’animo mio disgustato e sfiduciato. L’ultimo colpo era dato, le ultime esitazioni eran vinte. Molti de’ miei antichi compagni rimasero scandalizzati della mia evoluzione, e altri lo saranno ancor più adesso. Io non so che farci. Le mie aspirazioni eternamente ribelli e insofferenti di giogo, hanno trovato nell’anarchia il loro cielo e il loro acquietamento.

 

Zurigo, 24 ottobre 1897

[L’agitazione, anno I, n.34, 4 novembre 1897]