da: Finimondo
Le scintille sono un po’ come le ciliegie, una tira l’altra. La scorsa settimana nei palazzi del potere, fra conti di bilancio e protocolli consolari, è stata tutto un balenìo. Da un lato il ministro dell’Economia (grigio e triste come solo chi è dedito al denaro può esserlo) non ce l’ha più fatta a negare ancora l’evidenza: ma quale ripresa produttiva, ma quale rilancio industriale, il Belpaese è in recessione! Dall’altro lato, è esplosa la più grave crisi diplomatica italiana del dopoguerra con un governo europeo tradizionalmente amico, quello francese. I rapporti fra i dirigenti dei due paesi, già incrinati da tempo, sono saltati del tutto dopo l’incontro — avvenuto martedì 5 febbraio — fra un ministro nonché vicepresidente del Consiglio italiano ed alcuni esponenti del movimento di protesta che da mesi scende in piazza in tutta la Francia per far cadere il proprio governo. L’inquilino dell’Eliseo si è letteralmente infuriato ed era fin troppo facile prevedere una sua plateale reazione per… diciamo giovedì 7 febbraio?
Ecco, a questo punto, al nostro inetto governo né di destra né di sinistra che, dopo il fallimento dell’inetto governo di centro-destra (eletto dal popolo) e quello dell’inetto governo di centro-sinistra (eletto dalle banche), si è a sua volta cimentato nell’impresa ridicola quanto irrealizzabile di rianimare il nostro inetto e cadaverico sistema sociale, cosa restava da fare? Cosa, se non boccheggiare e tentare di aspirare aria altrove?
È questo un compito di cui si fa puntualmente carico un altro ministro nonché vicepresidente del Consiglio italiano, il Bullo degli Interni. Quando l’indice di gradimento del suo governo scende da una parte, lui lo fa prontamente alzare dall’altra. Non potendo mettere a tacere i fischi spezzando le reni a chi sta in alto, alle istituzioni finanziarie mondiali o alla Francia (è un bullo da social, mica un uomo forte nella vita), ancora una volta ha cercato di strappare applausi scatenando la repressione contro chi sta in basso.
A chi è toccato questa volta? Avendo già raso al suolo le baracche dei rom («nicht lebenswert», secondo il lessico nazista, esseri che non meritano di vivere dato che non votano, non lavorano, non pagano le tasse), avendo già chiuso le frontiere agli stranieri poveri (quelli che sbarcano dai gommoni con le tasche vuote, che l’invasione di chi arriva in yacht col portafoglio gonfio è benedetta), avendo già sbattuto in galera un latitante sfuggito per decenni alla giustizia italiana ed aver annunciato pari trattamento per altri suoi simili (ex-estremisti di sinistra militanti della lotta armata contro lo Stato, mica gli ex-piloti della Nato in volo sopra Cermis o gli ex-amministratori delegati alla ThyssenKrupp di Torino), ha trovato una nuova preda da ostentare agli infoiati di legalità.
Giovedì 7 febbraio, poche ore prima che il governo francese richiamasse il proprio ambasciatore a Roma (fatto accaduto in passato solo dopo l’ascesa di Mussolini), le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in uno spazio occupato anarchico di Torino, l’Asilo, con lo scopo di sgomberarlo ed effettuare alcuni arresti fra chi è sospettato di battersi con troppa veemenza contro le politiche razziste istituzionali. Il testimonial delle forze dell’ordine, il guardiano delle patrie frontiere, il protettore degli interessi imprenditoriali, il custode del patrimonio immobiliare pubblico, viste le circostanze non poteva scegliere miglior bersaglio. Ha mandato i suoi scagnozzi nella città-retrovia della lotta contro il progetto dell’Alta Velocità (per altro, questione «calda» con la Francia), per stroncare spazi e individui accusati di far parte di associazioni sovversive (per altro, altra questione «calda» con la Francia) che sostengono anche gli immigrati (per altro, ulteriore questione «calda» con la Francia e non solo). Quest’operazione metà di politica poliziesca e metà di polizia politica, ebbene sì, è stata chiamata «Scintilla».
Come sua abitudine il Bullo degli Interni non ha atteso la fine dell’operazione prima di dare fiato allo stomaco e tirare il suo rutto preferito: «È finita la pacchia!». Rutto immediatamente amplificato dai mass-media, i quali si guardano bene dall’osservare che pacchiaderiva da pacchiare («mangiare con ingordigia») ed indica una condizione di vita facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza alcuna preoccupazione di ordine materiale. Meglio non chiedere all’inquilino del Viminale — questo pingue rampollo di un dirigente d’azienda… nonché fin da ragazzino bramoso di apparire su schermi televisivi… nonché consigliere comunale appena ventenne in una grande metropoli… nonché europarlamentare assenteista ma con lauto stipendio… nonché segretario di un partito che in 80 anni dovrà restituire con comode rate bimestrali i 49 milioni di euro truffati allo Stato di cui oggi è ministro… nonché compulsivo appassionato del cosiddetto porn-food — quale sarebbe la «pacchia» dei dannati della terra e dei ribelli: una vita di elemosine o piccoli furti, ritrovi di fortuna, traversate in barcone, naufragi, sfruttamento, percosse, torture, fughe, nascondigli, discriminazione, arresti, sorveglianza continua, reclusione? I giornalisti non considerano molto professionale fare domande imbarazzanti, preferiscono sfidare il ridicolo e riportare pari pari le veline questurine senza nemmeno correggervi gli strafalcioni più grossolani, come ad esempio che i sei anarchici arrestati sarebbero i «leader storici» dell’Asilo. Già un leader è di troppo per gli anarchici, figuriamoci sei! Ma poi, avendo una trentina d’anni di età, come avranno fatto ad aver occupato storicamente un posto 24 anni prima? Non penseranno mica che l’asilo di via Alessandria all’epoca fosse funzionante e sia stato occupato dai suoi piccoli ospiti?
Ad ogni modo, la scintilla poliziesca ha dato fuoco alle polveri della rabbia. Sabato 9 febbraio si è dipanata per Torino una nutrita manifestazione di protesta, conclusasi con scontri di piazza (ed ulteriori arresti) che hanno fatto piangere il trasversale Partito delle Persone Oneste, quella Grande Alleanza del Signorsì che inorridisce davanti a una vetrina infranta e rimane indifferente davanti al saccheggio della natura o al naufragio dell’umanità. Si è arrivati a sentire il questore di Torino indignarsi verso chi compie atti violenti sicuro della propria impunità… manco i manifestanti fossero poliziotti o carabinieri!
Domenica 10 febbraio un altro corteo si è diretto verso il carcere cittadino, con l’intento di salutare chi vi era (appena stato) rinchiuso. Ed è in quel preciso momento che si è verificato l’imprevisto, sotto forma di ennesima scintilla. Un petardo lanciato, dopo aver superato il muro di cinta, ha dato il via ad un incendio diventato incontrollabile dopo aver lambito alcune bombole di gas. Un capannone all’interno è crollato, danneggiando un’intera ala del carcere.
Ora, è evidente che davanti alle convulsioni di questa società putrefatta, chi sta in alto abbia le sue buone ragioni di Stato per togliere subito di mezzo chi dal basso potrebbe un domani soffiare sul fuoco. Come diceva un politico esperto (tre volte presidente del Consiglio francese), «fare politica non significa risolvere i problemi, significa mettere a tacere quelli che li sollevano». Ma dovrebbe essere altrettanto evidente che manganelli e galera non possono impedire ai problemi, sollevati non da qualcuno in particolare ma da una vita miserabile in generale, di accavallarsi ed esplodere. È il potere ad aver fatto seccare la prateria dell’esistenza umana, è il potere ad aver caricato di tensioni l’aria, non chi con i suoi movimenti provoca scintille. Qualsiasi fulmine proveniente dall’alto, qualsiasi fiammifero acceso in basso, potrebbe far divampare un incendio fatale.
Il Bullo degli Interni può anche esultare per la democratica vittoria (consenso del 25% della popolazione adulta) ottenuta dalla sua coalizione alle elezioni regionali abruzzesi, ma resta il fatto che anno dopo anno l’astensionismo cresce inarrestabile. E all’indifferenza passiva che sprofonda nella muta rassegnazione potrebbe bastare uno sfavillante attimo per diventare quell’indifferenza attiva che insorge nella rivolta al grido: «che se ne vadano tutti». Nessuna configurazione politica, quale che sia il suo colore, è in grado di restituire allo Stato un consenso reale. Chi esercita il potere, in particolare in una simile situazione, non ha modo di evitare una pioggia di scintille durante le sue sempre più sbadate e sbandate manovre (non si è ancora chiusa la crisi diplomatica con la Francia che già si sta aprendo quella con Slovenia e Croazia, per via della storiella sulle foibe e degli sguardi languidi lanciati da alcuni politici all’Istria). Pensa davvero che, per far crollare la sua struttura tanto imponente quanto fragile, sia necessaria una colossale organizzazione, con grandi mezzi a disposizione ed un largo seguito alle spalle? Il piccolo petardo che ha raso al suolo quell’ala del carcere di Torino non gli dice niente?
«Evidentemente, Signori, se voi temete per la moralità delle vostre mogli, l’educazione dei vostri figli, la tranquillità delle vostre cuoche e la fedeltà delle vostre amanti, la solidità delle vostre poltrone, dei vostri pitali e dell’ordine costituito, l’organizzazione dei vostri casini e la sicurezza del vostro Stato, avete ragione. Ma che farci? Voi siete marci e il fuoco è acceso».