da: Finimondo
Ivan Illich
Ciò che viene definita «salute» è oggi fonte di confusione per molte persone. Gli esperti discettano sapientemente sui «sistemi sanitari». Alcune persone credono che senza accesso a trattamenti elaborati e costosi, le malattie dilagherebbero. Tutti si preoccupano per l’aumento della «spesa sanitaria». Si sente anche parlare di una «crisi delle cure sanitarie». Mi piacerebbe dare il mio parere su questi temi.
Prima di tutto, credo sia necessario riaffermare la verità della condizione umana: sto male. Soffro di alcuni disturbi. È certo che morirò. Alcuni sentono il dolore più intensamente, altri sono affetti da disturbi più debilitanti, ma tutti affronteremo ugualmente la morte.
Guardandomi attorno, constato che abbiamo una grande capacità di assisterci a vicenda, specialmente durante le nascite, gli incidenti e i decessi — e così è altrove nel tempo e nello spazio. A meno di restare disorientate dalle novità storiche, le nostre famiglie, in stretta collaborazione con la comunità circostante, sono state mirabilmente accoglienti, vale a dire, in generale, in grado di rispondere positivamente ai reali bisogni umani: vivere, festeggiare e morire.
In contrasto con questa esperienza, alcuni tra noi oggi sono giunti a credere che abbiamo un disperato bisogno di forniture mercantili standardizzate, tutte rientranti sotto l’etichetta «salute», progettate e fornite da un sistema di servizi professionali. Alcuni si sforzano di convincerci che il neonato viene al mondo non solo senza forze né capacità, bisognoso quindi delle amorevoli cure della famiglia — ma anche malato, bisognoso di un trattamento specifico somministrato da esperti autocertificati. Altri credono che gli adulti abbiano sempre bisogno di farmaci e di interventi per raggiungere la vecchiaia, mentre i morenti abbiano bisogno delle cosiddette cure mediche palliative.
L’asservimento al mito tecnico
Molte persone hanno dimenticato — o non sono più in grado di goderne — questi modi di vivere basati sul buon senso, che contribuiscono al benessere delle persone e alla loro capacità di guarire dalle malattie. Molti si sono lasciati asservire ad un mito tecnico che si auto-glorifica, e di cui tuttavia si lamentano perché, in modo impersonale, impoverisce la maggioranza e arricchisce una minoranza.
Noto con rammarico che molti di noi nutrono la singolare illusione che tutti abbiano «diritto» a qualcosa che viene definita «assistenza sanitaria». Si è quindi legittimati a ricevere il più recente assortimento di terapie tecniche, in base alla diagnosi di qualche professionista, al fine di sopravvivere più a lungo in condizioni spesso terribili, dolorose o semplicemente fastidiose.
Credo sia giunto il momento di mettere in chiaro che queste condizioni e queste situazioni specifiche sono fattori di morbosità, molto più di quanto lo siano le malattie stesse. I sintomi che la medicina moderna si sforza di trattare hanno poco a che fare con lo stato del nostro corpo; sono, assai più, i segni dei pregiudizi e dei disordini propri del moderno modo di lavorare, di divertirsi, di vivere.
Eppure molti di noi vengono affascinati dal clamore delle «soluzioni» high-tech. Crediamo pateticamente in rimedi miracolosi, crediamo falsamente che ogni dolore sia un male che bisogna sopprimere, vogliamo ritardare la morte a qualsiasi costo.
Mi appello all’esperienza personale di ognuno, alla sensibilità delle persone comuni, in contrapposizione alla diagnosi e alle decisioni dei professionisti. Mi appello alla memoria popolare, in contrapposizione alle illusioni del progresso. Prendiamo in considerazione le condizioni di vita nella nostra cerchia familiare e nella nostra comunità, e non la qualità dei «servizi sanitari»; la salute non è una merce che si distribuisce, e le cure non possono essere fornite da un sistema.
Sì, soffriamo, ci ammaliamo, moriamo, ma anche speriamo, ridiamo, festeggiamo; conosciamo le gioie di prendersi cura l’uno dell’altro; spesso ci siamo ristabiliti e siamo guariti in diverse maniere. Non dobbiamo seguire un percorso standardizzato e banalizzato del nostro vissuto.
Invito tutti a distogliere lo sguardo ed i propri pensieri dalla ricerca della salute, e a coltivare l’arte di vivere. E, altrettanto importante oggi, l’arte di soffrire, l’arte di morire.
I diritti e le libertà dei pazienti
Rivendico alcune libertà per coloro che preferiscono celebrare l’esistenza piuttosto che preservare la «vita»:
– la libertà di giudicare da solo se sono malato;
– la libertà di rifiutare in qualsiasi momento le cure mediche;
– la libertà di scegliere personalmente un rimedio o un trattamento;
– la libertà di essere accudito da una persona di mia scelta, ovvero da chiunque in una comunità si reputi capace di guarire, si tratti di un agopuntore, un omeopata, un neurochirurgo, un astrologo, uno stregone o qualsiasi altra persona;
– la libertà di morire senza diagnosi.
Non mi sembra necessario che gli Stati abbiano una politica «sanitaria» nazionale, quella cosa che concedono ai loro cittadini. Ciò di cui questi ultimi hanno bisogno è la coraggiosa facoltà di guardare in faccia certe verità:
– non elimineremo mai il dolore;
– non guariremo mai tutte le malattie;
– sicuramente moriremo.
Ecco perché, in quanto creature pensanti, dobbiamo renderci conto che la ricerca della salute può essere fonte di morbosità. Non ci sono soluzioni scientifiche o tecniche. C’è l’obbligo quotidiano di accettare la contingenza e la fragilità della condizione umana.
[1994]