Nel 1764 Mozart si trova a Parigi. Ha solo otto anni e già viaggia per il mondo mantenendo la famiglia con i suoi concerti. In tutta Europa imperversa il vaiolo e nella città parigina inizia a diffondersi un rimedio alla malattia del tutto singolare: l’inoculazione. Scrive il padre di Mozart in una lettera ad alcuni amici di Salisburgo: «Tutti qui vogliono convincermi a far inoculare il vaiolo a mio figlio. È la moda generale, solo che senza permesso l’inoculazione non si può fare in città, soltanto in campagna». Tale rimedio, soppiantato nel corso dell’ottocento da forme sempre più elaborate di vaccinazione, raggiunge l’Europa solo dopo essersi affermato in Asia Minore. Da queste parti, l’inoculazione veniva infatti praticata da vecchie donne che, mediante l’utilizzo di uno spillo, innestano il materiale infetto (croste di pustole cariche di vaiolo) direttamente nelle vene degli individui sani, fasciando la ferita provocata insieme alla corteccia di noce utilizzata per custodire la carica virale del pus. Il sapere scientifico dell’epoca non riusciva a capacitarsi dei perché una simile pratica potesse diminuire l’aggressività della malattia diversamente contratta, ma la sua efficacia empirica non poteva essere smentita da nessuno, nemmeno dalla scienza stessa. Oggi sarebbe impensabile un riconoscimento simile: la regalità della scienza impedisce tanto l’apprezzamento di altri saperi sul corpo quanto la possibilità stessa di immaginare altri saperi sul corpo. Da quello che sappiamo il padre di Mozart rifiutò l’inoculazione perché in contrasto con la volontà di Dio. Una motivazione non troppo dissimile da quella fornita dai molti che oggi avversano la vaccinazione, perché in contrasto con la volontà della Natura. Ma l’autorità di Madre Terra non è meno insidiosa dell’autorità di Padre Progresso: proclami di astensione dai piaceri mondani, scomuniche agli impuri e condanne ai pervertiti. Forse, come indicato dai pochi che avversano la vaccinazione nella misura in cui la sua sostenibilità minaccia la libertà dei singoli, il problema risiede altrove: nella rinuncia all’autonomia che ogni atto di fede comporta, sia questo compiuto in nome della scienza, della religione o di dogmi militanti, a cui non può che seguire un’egemonia del sapere fatta di censure e tribunali. Che nessuno scienziato mi obblighi a rinunciare alla mia intelligenza e che nessun profeta mi obblighi a rinunciare al mio alambicco!

[ tratto da: Sterpaglia, maggio 2020 ]