È il messaggio che compare quando qualcosa non funziona più, come se la sua fonte fosse stata bloccata e interrotta. Qualcosa che provoca imbarazzo come, per esempio, il silenzio di fronte alla successione di attacchi che stanno colpendo le infrastrutture del potere e le sue telecomunicazioni. Imbarazzo dovuto da chi difende l’esistente composto da quarantene e fasi imposte della libertà a singhiozzo. Esse non hanno fermato i cuori pulsanti che non sanno che farsene del confinamento obbligato. E dato che spesso questi sabotaggi sono fatti nell’anonimato più sfrenato della piacevole sedizione, l’incomprensibilità terrorizza tanto chi sta al lato destro del potere quanto chi sta alla sua sinistra. Ma come? Come possono individui sparsi per il mondo non chiedere a nessuno di delegare la propria voce, lasciandosi andare senza chiedere consenso, provocando l’odore ardente di cavi bruciati dei ripetitori (Roma, Montréal, L’Aja, Philadelphia, La Spezia, Birmingham, Colonia, Brema, Tolosa, Côtes-d’Armor, Caserta, Ardèche, Pelt, Grenoble, Limassol, Salins-les-Bains, Monaco, Belfast, Manchester, Azille, Liverpool, Brest e Plaintel), tagliando i fili in fibra ottica che connettono questo mondo miserabile (Parigi, Berlino, Lozère, Rovereto e Bram) e scoprendo la selva oscura di un blackout dell’illuminazione nelle strade (Pozzuoli, Fontespina, Napoli, Roma, Cagliari, Santiago del Cile, Caracas, Brooklyn, Cremona, Aubenas, Torino, Minneapolis e Khartoum)? Dal militante che sbraita al complotto, allo Stato che paventa il terrorismo, chi interpreta il mondo con gli schemi del potere può chiedersi soltanto in modo poliziesco chi è stato o darsi al ridicolo di volgere lo sguardo in direzione opposta. Troppo sacrilegio nel pensare che la mancanza di rivendicazioni potrebbe fomentare chi prova simpatia verso queste azioni – riproducendole a proprio piacimento – trasformando quest’ultima in empatia cospiratrice. Il pericolo si trova nelle teste che sanno ancora pensare, ovvero quello di scoprire che il dominio ha un bisogno spasmodico di cavi, ripetitori e flussi di energia più o meno visibili per digitalizzare tutta la vita sociale. Ciò è troppo rischioso per chi vuole comandare e incredibilmente desiderante per chi non vuole più servire. Questo pensiero stupendo potrebbe interrompere non solo la sorveglianza e il dispotismo tecnologico, ma anche bloccare il lavoro, i tribunali e la scuola a distanza, come la circolazione di denaro comodamente offerta da mezzi tecnici di distrazione di massa. Il fatto palese è la onnipresenza di questi dispositivi, quindi attaccabili ovunque e da chiunque. E anche se la psicopolizia, in un continuum spazio-tempo, cercherà di mettere a tacere le voci sovversive che difendono la bellezza del sabotaggio del sistema (come avvenuto nell’ultima operazione repressiva contro anarchici a Bologna e con le minacce del governo francese di chiudere la bocca ad alcuni blog e pubblicazioni sovversive, non solo oltralpe ma anche qui in Italia), quel messaggio fuori servizio di collasso tecnico continuerà ad apparire sugli schermi dell’alienazione del confinamento tecnologico. Tra il bastone e la carota della violenza alternata del dominio, queste azioni anonime e diffuse sono una delle tante possibilità che portano in seno un’idea tanto utopica quanto meravigliosa: la fine di questo mondo fatto di obbedienza sacrificabile alla morte e disprezzo per il disordine delle passioni incontenibili. Se durante le rivolte che stanno incendiando gli Stati Uniti d’America contro la brutalità dell’autorità qualcuno pensasse di silenziare gli strumenti del dominio, che occasioni altre si presenterebbero davanti agli insorti?

[ tratto da: Sterpaglia, Giugno 2020 ]