Tratto da Frangenti n°29

Produrre energia e far funzionare questo mondo sono diventati un mito. Dai conservatori ai sedicenti sinistroidi della rivoluzione fatta a riforma, passando per gli intellettualoidi democratici e gli strateghi della pacificazione sociale, tutti fautori di qualunque rappresentazione, un mito non si discute, un mito è. Per questo il grigiore delle petizioni da dissenso legale si scontra con il tumulto del sabotaggio che tende all’utopia.
Staccare la spina alla proliferazione di vecchie e nuove fonti energetiche non
significa oscurantismo, ma porre al centro le relazioni di reciprocità e l’autonomia
di ciascuno, per distruggere i ricatti della sopravvivenza e della disciplina ordinata,
impartite dalla politica e dall’economia. L’esperienza umana viene mutilata da
momenti fugaci, debitamente controllata, gestita e tracciata da database informatici, a
cui serve una quantità industriale di energia. Il viaggio è statico nell’era elettronica del navigare su internet. Se il naufragio sociale necessita della devastazione di ogni possibilità di vita interiore ed esperienza singolare, perché dovremmo tremare verso chi osa dare spunti per tagliare l’energia di questa civiltà? Esistono conflitti inerenti alla costruzione di cattedrali energetiche per lo sfruttamento delle risorse, ma questa centralità non è tutto. La produzione, lo stoccaggio e il trasporto dell’energia, e del mondo guerrafondaio che fomenta, dipendono irrimediabilmente da tutta una serie di impianti tecnici ed infrastrutture presenti su vasti territori. Queste possono favorire lo sguardo e le azioni di piccoli gruppi incontrollabili? Il mito dell’energia allude ad una felicità fittizia e sguazza nella finzione, efficacemente affascinante per il suo artificio. L’energia che fa funzionare lo
sfruttamento la si subisce e la si riproduce. Alla vecchia fandonia del determinismo si è sostituita la narrazione mitopoietica, da cui nessuno è escluso. E allora non ci rimane che opporre una tensione utopica che solleciti l’azione qui e ora, intravedendo qualcosa di appagante, basato sul pensiero. Per non darsi alla suggestione, ma alla riflessione di un
modo altro di interpretare il concetto di energia. Per abbattere i muri e le connessioni del realismo. Uno sguardo deviato per sfuggire all’ipnosi dell’energia. Per attaccare la sonnolenza dell’uso e dell’erosione di questa esistenza, la cui intensità si accanisce furiosamente contro la distanza che ci separa dagli esseri e dalle cose, non per abolirsi, ma per svelarci la singolarità del vivente legato ad un sogno di rottura, distruggendo ciò
che ci distrugge. Uno sguardo troppo appassionato per non togliersi la polvere di certi meccanismi, troppo sensibile da non poter essere rappresentato, troppo poetico per rimanere nella becera propaganda. Guardare altrove, per dar vita a tutto ciò che è ancora inesplorato ed imprevisto.