Io amo la droga. Come non potrei? Perché rinunciare a qualcosa che mi fa star bene, capace di alterare a diversi livelli, il mio stato di coscienza immergendomi in un’atmosfera di benessere psichico e fisico appagante. In fondo, una volta compreso che quello in cui viviamo non è il migliore dei mondi, ma un ambiente in cui continuamente assorbiamo condizionamenti di gusti, sensazioni, opinioni, pulsioni, e che siamo chiamati a partecipare in un modo o nell’altro, alla ridefinizione costante di questi gusti, sensazioni, pulsioni, è probabile che ci si senta deboli e inermi. Una volta capito che in un mondo di massacri e massacratori lottare contro tutti i ruoli, anche quelli che continuamente affidiamo a noi stessi, e provare ad attaccare non ci darà nessuna vittoria, è probabile che tra un’attività militante e l’altra, tra una discussione e l’altra, tra una discussione e l’altra si cerchi ardentemente il rifugio in uno stato alterato di coscienza, in cui proiettare, illusoriamente, l’idea di lotta, l’idea di attacco. Mi sento appagata nel mio stato alterato, non sento più il bisogno di scavare, di andare fino in fondo, penso di avere tutto con me. Trovare un rifugio è uno dei modi che mi aiuta a sopportare questo mondo, a vivere la mia vita.  E quando in mia compagnia, nel godimento di quell’alterato stato di coscienza, ci sono altri individui con cui abitualmente scambio fiumi di parole sull’uso del fuoco e l’inammissibilità delle regole, il godimento è ancora più alto, e anche più accettabile. Come dappertutto, anche nella cosiddetta socialità fra compagni la presenza della droga è un fatto sempre più diffuso. Nonostante si sappia chiaramente qual è il ruolo che certe sostanze assumono nelle relazioni fra individui (l’abbassamento dei freni inibitori, la predisposizione a scherzare, la possibilità di estraniarsi dalla realtà ecc.), nel renderli soggetti passivi fra tanti altri, esse sono largamente utilizzate. Ma sarebbe un errore giudicare la droga come il problema, e non come uno dei problemi. Ci pensa già la legge a stigmatizzarla come uno dei maggiori che la affligge, quella stessa società che si regge sulla produzione e sponsorizzazione di dipendenze di qualsiasi genere. E’ interessante, semmai, provare a chiedersi, perché si ha bisogno delle droghe? Ma non solo. Perché si ha il bisogno di protesi per vivere? La droga infatti non è che una delle tante che eleggiamo, di volta in volta, a compagna di vita. Qualsiasi cosa sia capace di alterare i nostri stati d’animo, la percezione di noi stessi e di ciò che ci circonda, che ci illude coprendo quelle insicurezze profonde che non riusciamo ad affrontare e per le quali rimaniamo immobili, può definirsi una protesi. Ascoltiamo in compagnia, o da soli, musiche assordanti che ci colmano l’animo di slogan e parole forti a ritmi incitatori. Condiamo quei momenti con alcool e droghe, manifesti sulle pareti, raccolte fondi per sostenere compagni finiti in carcere, e ci abbandoniamo alla concitazione cardiaca a suon di basso e batteria, a stati mentali confusi ma carichi di immagini violente e di azioni di vendetta, a sensazioni travolgenti. Passiamo notti intere così. Quelle notti in cui tante volte abbiamo pensato di uscire e colpire, di uscire per colpire. Perché distruggere questo mondo è quello che vorremmo, vederlo in macerie come balbettiamo spesso. Ma se durante il giorno tra impegni vari, pranzo, riposo, attività ludiche, video, fumetti, musica, lavoro la nostra mente è così assopita da non lasciare spazio a riflessioni, discussioni, ricerche, reperimento di mezzi, acquisizione di conoscenze, studi, verifiche, cosa sarà possibile fare la notte? Si sentirà il bisogno di evadere dalla quotidianità, finendo per ripiombare in alternative, ma non per questo meno ovattate, alterazioni sensoriali. Rimanendo così fondamentalmente immobili, incapaci di superare realmente il confine tra quello che vorremmo e quello che ci limitiamo a immaginare di volere. Le notti continueranno a trascorrere, così come i giorni, in ambienti chiusi, fra spazi più o meno trasandati, vivendo in un tempo scandito dal tintinnio di note stonate, da nuovi look, da disegni sulla pelle, da dispositivi artificiali di varia natura, da parole arrabbiate, tra una corsa e l’altra verso l’emergenza di turno, sputando giudizi ora sul’uno, ora sull’altro, forti sempre di quei mille rifugi in cui l’io incompleto, monco, trova appoggio in quello che sostituisce le mancanze. Conoscere a memoria un testo in cui si inneggi alla rivolta non saprà indicarci come agire. Tatuarsi sul cuore una pistola pronta a sparare non ci metterà realmente di fronte a un nemico in carne ed ossa da ferire o far morire, né consentirebbe alla nostra mano di saper impugnare e usare quell’arma. Riempirsi la bocca di appelli alla solidarietà rivoluzionaria non porterà i compagni fuori dal carcere o, in automatico, non farà sì che il loro progetto continui ad andare avanti. L’anarchismo non può essere considerato una missione, né uno stile di vita o una sottocultura, ma una tensione che scatena una rivolta dentro se stessi, una costante trasformazione, che esplodendo cerca di travolgere tutto. Dentro e fuori. Circondandosi di protesi, alterazioni, stampelle, ci nutriamo di zavorre, ci riempiamo di nuove catene.

 

M.V.

 aprile 2017

[tratto da: Negazine n.1, 2017]