E’ la mattina del 9 marzo 2019 quando la Milano della produttività e del profitto si sveglia con l’acre odore dei materassi bruciati e il nero fumo negli occhi. In piena emergenza corona virus l’autorità é chiamata a ricordarsi di coloro i quali pensa sia possibile scordarsi. Dal carcere di San Vittore si alza una colonna di fumo nera mentre si odono grida e canti. I detenuti stanno insorgendo; qualcuno sale sul tetto mentre altri danno mano e voce al desiderio vendetta distruggendo tutto ciò che trovano. La gioia, l’emozione, il brivido, che quei momenti hanno provocato nella mia persona sono alcune tra le più importanti ragioni della mia ostinazione nel non mollare né men che meno scendere a compromessi nella lotta contro la limitazione/volgarizzazione delle mie passioni. E’ notizia di ieri l’arrivo in carcere della chiusura delle indagini a carico di 12 detenuti accusati di devastazione e saccheggio, lesioni personali e rapina. Per quanto mi riguarda nulla m’interessa in merito alla veridicità o meno delle accuse, esprimo la mia incondizionata solidarietà agli inquisiti senza mai dimenticare però il ritornello di quella vecchia canzone che recitava: liberare tutti vuol dir lottare ancora, vuol dire organizzarsi senza perdere un’ora.