E mettiamole pure a posto queste benedette cose: soltanto nell’accingerci a farlo ci avvediamo che gli amanti dei «modi scorretti ed equivoci» non siamo noi che giochiamo sulle parole, come non siamo noi cui le discussioni che hanno preceduto la nostra separazione dal gruppo della Questione Sociale abbiano fatto l’effetto di modificare le nostre idee e le nostre tendenze libertarie, ma le abbiano invece rafforzate nella loro primitiva interezza. E’ accaduto anzi questo fatto: che, mentre prima della venuta di Malatesta si ripetesse sempre dagli organizzatori che il dissidio tra noi fosse più di parole che di sostanza, e che quindi si potesse star benissimo insieme, ora invece si è visto dalle discussioni e da un principio di pratica — discussioni e pratica che hanno potuto mettere a nudo tutto il vero aspetto anti-libertario e autoritario dell’incipiente organizzazione — come il dissidio sia invece non solo di forma, ma di sostanza principalmente, e come la distanza che dagli “organizzatori” ci separa sia sempre maggiore. Premettiamo intanto una cosa: noi siamo pronti a discutere serenamente e lealmente; però esigiamo altrettanto dagli avversari. Perciò pretendiamo che le loro affermazioni di fatto siano da essi documentate e non gettate là, vagamente, tanto per impressionare il buon pubblico. E questo diciamo a proposito dell’affermazione che la nostra dichiarazione di dissidenti esprima idee ben diverse da quelle che furono esposte in questi ultimi tempi, (cioè dalla metà del novembre ’98 in qua) sulla Questione Sociale. A quello che riguardo alla concezione e alla tattica anarchica fu scritto in questa serie della Questione Sociale noi non abbiamo da variare un rigo, né una parola: e in nulla, sfidiamo i compagni avversari a provarlo, quelle idee sono in contraddizione con quanto abbiamo nell’ultima dichiarazione espresso. Rileggansi, per esempio, i numeri 93, 95, 96, 97, e 98, nei quali specialmente si discusse di questioni e di tattica, e i compagni, avversari o no, non vi potranno trovare che lo sviluppo più esteso dei varii punti da noi accennati nella nostra riassuntiva Dichiarazione. Ciò premesso, eccoci a spiegare anche una volta il nostro pensiero a quei che non lo hanno capito, e che vanno parlando di giuochi di parole, di frasi oscure e di confusione.

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Il compagno Malatesta, (e, a proposito, ci scusino i compagni del gruppi Diritto all’esistenza, se saremo costretti, discutendo, ad accennare principalmente al compagno Malatesta, poiché quelle determinate idee ch’essi hanno accettato ora sull’organizzazione e relative modalità, non furono mai, prima di adesso, espresse e sostenute da alcuno di loro sulla Questione Sociale pur essendo questa una libera palestra di discussioni aperta ad ambe le tendenze), Il compagno Malatesta dunque, nella prima discussione che avemmo con lui in seno al gruppo, sull’organizzazione della massa e sull’organizzazione di partito (non del partito, intendiamoci bene) differenziò benissimo la concezione che ci separa, affermando che, per lui, prima necessità è quella di organizzare la massa incosciente, e da quest’organizzazione attendere poi il miracolo della formazione di una coscienza anarchica. Noi sostenemmo il criterio contrario: dalla massa incosciente, sia pure organizzata, non può mai scaturire la formazione di una coscienza anarchica, individuale e collettiva; ma solo, tutt’al più, di una coscienza embrionalmente rivoluzionaria, cio’ che non é punto l’anarchia. Infatti una massa cosciente, non organizzata, perché si organizzi, presuppone necessariamente un organizzatore, il quale eserciterà su di essa la sua influenza più o meno simpatica, ma sempre autoritaria, sia in modo diretto che indiretto. Questa massa non avrà più che un bagliore vago e lontano della sua emancipazione integrale, poiché non saprà, né potrà emanciparsi dall’influenza de’ suoi organizzatori, ch’essa seguirà ciecamente. Questi organizzatori potranno essere dei puri anarchici che tenteranno di condurla all’anarchia: ma se la massa comprenderà l’ideale solo per intuizione, e non per coscienza, non sarà mai adatta a formare la nuova società  di liberi, edificata sulle rovine di ogni autorità diretta e indiretta. Ci sembra quindi più che logico e più coerente ai nostri principii, che gli anarchici — di fronte alla massa incosciente — si occupino, prima di tutto, di formare con tutti i mezzi possibili di propaganda la coscienza anarchica individuale e collettiva, poiché dopo, ripetiamo, “gl’individui divenuti anarchici, staccandosi dalla massa incosciente per spingersi alla lotta contro la compagine del sistema borghese, per necessità d’intuizione e di utilità pratica, stenderanno tutto all’intorno le mani in fraterna catena, da anarchico, da gruppo a gruppo, e riuniranno i loro sforzi intesi ad abbattere il comune nemico”. Dunque, riassumendo, la differenza di concezione tra le due tendenze é ben distinta e marcata, né siam noi che giuochiamo sull’equivoco. Gli organizzatori, — interprete per essi Malatesta, — hanno dichiarato di volere, di fronte alla massa incosciente, come preoccupazione principalissima ed immediata, l’organizzazione di essa, sperandone la formazione di una coscienza anarchica. Noi, che a ciò non crediamo, vogliamo formar prima di ogni cosa la coscienza anarchica, perché, quando essa si sarà formata nei singoli individui, questi spontaneamente si aggrupperanno in libere associazioni, per lottare alla conquista dell’ideale.

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E intendiamoci una buona volta su questa benedetta organizzazione. Risaliamo, anzi, alle linee generali di essa, perché possiamo contrapporvi i nostri criterii spiccatamente libertarii ed anti-autoritarii. Voi dite che tutti gli anarchici, qualunque siano i loro mezzi di lotta e la loro tattica, formano il partito anarchico. E sta bene. Lasciando stare il dizionario, di cui ciascuno ha in testa un’interpretazione elastica, a seconda delle circostanze, chiamiamo pure per un momento, tanto per farvi piacere, come partito anarchico l’insieme delle molteplici tendenze che mirano alla conquista dell’emancipazione, del benessere e della libertà umana, insieme che noi invece preferiamo chiamare movimento, con parola che meglio definisce il nostro pensiero. Ma egli é in questo partito, in questo movimento, voi formate il vostro partito, con un determinato programma, con determinate regole, un partito ristretto, circoscritto, chiuso, entro del quale é salute, fuori del quale no, e che rassomiglia ne più né meno che a tutte le chiesuole politiche che esistono sotto la cappa del cielo. E in realtà voi considerate del vostro partito solo chi accetta per intero, non solo la finalità comune, bensì il vostro programma di tattica. Tanto é vero che domani, quando dei socialisti-anarchici agissero in una determinata circostanza in modo differente da quei gruppi organizzati costituenti la tale o tal’altra federazione, noi vedremo costoro affrettarsi a scindere la loro responsabilità di “partito” socialista-anarchico dall’azione dei dissidenti, non quelli non organizzati. Perciò, per quante logomachie e giri di parole si voglian fare dai nostri amici, il fatto assodato é questo: non solo essi costituiscono un’organizzazione, ma essi formano il partito socialista-anarchico, con un determinato programma. E a proposito pure di programma, intendiamoci bene. Perché non si giuochi sulle parole. Abbiamo inteso dire dal Malatesta che, bene o male, anche non volendolo, pure noi abbiamo il nostro programma: perché, egli disse, il programma non é che il contenuto del pensiero anarchico, la risultante del movimento socialista-anarchico e dell’Internazionale di quarant’anni fa. Ma allora non si tratta che della esposizione dei nostri principii, esposizione che si può riassumere sotto forma di programma, per un articolo di giornale (come quello pubblicato nel No. I° nuova serie della Questione Sociale, al quale noi metteremmo non una, ma venti firme, tanto esso bene interpreta il nostro pensiero), o pure si può svolgere, come vediamo farsi costantemente, in libri, volumi, opere colossali, che nessuno si sogna di intitolare programmi. Ma egli é del programma di tattica, del programma che stabilisce, elenca e prescrive i mezzi di lotta che noi vogliamo parlare. E in questo caso vi ripetiamo quello che sempre vi abbiam detto: noi non possiamo ammettere che degli anarchici possano fissare ad altri anarchici i loro mezzi di lotta, perché questi non sono dogmi. Ogni anarchico deve essere lasciato libero di seguire la via che meglio crede in tutte le infinire e varie contingenze della sua lotta per l’anarchia. Ammesso il criterio innegabile della solidarietà nella lotta e per lo scopo finale, gli anarchici si associeranno, non si organizzeranno, poiché non delegheranno ad altri funzioni e cariche che verranno compiute senza criterio prestabilito di burocrazia e di accentramento dall’uno all’altro, a seconda dei casi e delle circostanze. E si associeranno con mutevoli e incessanti trasformazioni di gruppi, giacché pur potendosi trovare individui che si accordino su date linee generali di un criterio di lotta, i particolari e le modalità poi di questa lotta sono, tutti lo sanno, così varie, così differenti, che assai raramente un gruppo, a meno che non subisca remissivamente l’influenza del più autorevole, potrà trovarsi d’accordo “pienamente” su tutte le questioni, e ne avverrà quindi una forma di regime a base di maggioranza e di minoranza, in cui quest’ultima dovrà, per spirito di concordia, adattarsi e far concessioni alla prima. E si chiama questa ginnastica organizzatrice formare l’educazione anarchica? Checché ne diciate, noi pensiamo di no.

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Dunque noi non crediamo possibile che un individuo o un gruppo formulino un programma di tattica — come ora precisamente avviene qui negli Stati Uniti, dove un gruppo di compagni, quello di Paterson, formula un programma di tattica, pel quale, senza nemmeno averlo prima discusso con essi, ma usando la influenza del giornale, chiede l’adesione di tutti i compagni degli Stati Uniti — e non lo crediamo possibile primieramente perché non possiamo concepire che da anarchici si stabiliscano a dogmi fissi i punti da seguire sistematicamente nella lotta per l’ideale e in secondo luogo perché, anche ammessa  fra più compagni o più gruppi una uniformità di vedute dulle linee generali della tattica da seguire, questa tattica si esplicherà in cento diverse forme di applicazione, con mille particolari differenti, a cagion dei quali o si dovranno verificare sempre nuove scissioni e dissidenze, o una minoranza pur considerevole dovrà anarchicamente rinunziare alle sue iniziative in omaggio allo stupido diritto della maggioranza.

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Noi non vogliamp quindi programma di tattica e, per conseguenza non vogliamo organizzazione. Stabilito il fine, la meta cui tendiamo, lasciamo libera ad ogni anarchico la scelta dei mezzi che il suo criterio, la sua educazione, il suo temperamento, il suo spirito di combattività gli suggeriscono come migliori. Non formiamo programmi fissi e non formiamo piccoli o grandi partiti. Ma  ci aggruppiamo spontaneamente, e non con criteri permanenti, ma secondo le affinità momentanee, per un dato scopo, e incessantemente trasformiamo questi gruppi, a seconsa che cessa lo scopo pel quale ci eravamo associati, e altri scopi e altri bisogni sorgono e si sviluppano in noi e ci spingono alla ricerca di nuovi cooperatori, di gentenche pensi identicamente in quella determinata circostanza. Gli organizzatori diranno: anche noi facciamo ugualmente. Noi siamo d’accordo su questo programma e quindi ci uniamo per realizzarlo. Non é vero. Il vostro programma vol dire tutta la tattica anarchica, in tutti i campi, e voi v’impegnate ad accettarlo e a metterlo in esecuzione nel modo, che non piacerà a voi, ma che la maggioranza vorrà. Noi invece lasciamo libero l’anarchico di lottare come meglio crede per il suo ideale, persuasi e convinti che é vera e, sola educazione anarchica quella di mantenere integra più che si puù l’individualità e la libera iniziativa degli individui, persuasu e convinti che ogni individuo è un programma di pensiero ed azione in se stesso, differente da un altro, e che non basta predicarne l’autonomia teoricamente, per poi adattarlo con vincoli permanenti e con irregimentazioni di partito a rinunziare in omaggio alla maggioranza (che il più delle volte non ha che la ragione… della maggioranza) alla parte migliore del suo io.

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Uno degi argomenti che vuol sembrare invincibile, ma che invece é uno dei più deboli addotti dagli organizzatori, é quello che l’organizzazione serva appunto ad evitare l’autoritarismo, mentre l’essere disorganizzari permette ai più forti e ai più furbi di esercitare la loro influenza e la loro autorità: l’organizzaznione invece, secondo essi, essendo un insieme di forze omogenee, può sola opporre resistenza all’autoritarismo. Ma, cari amici, qui non si tratta di autorità imposta con leggi, con minaccie e colla forza, contro la quale occorra una resistenza collettiva a base di forza. Qui non si tratta di resistenza numerica, ma di resistenza morale a uninfluenza morale esercitata dall’autorità di uno o più. Ebbene, nessuno potrà negare che un individuo influente e autoritario possa meglio esercitare questa sua influenza ed autorità in un’organizzazione ristretta, chiusa, in un determinato gruppo d’individui i quali, seguendolo, trascinano fatalmente con loro tutte o buona parte delle aggruppazionio federate, per l’importanza che si dà a tutti incoscientemente all’azione collettiva di un gruppo, e alla sempre importanza maggiore che si dà a quella di una federazione o di un partito. Mentre invece mi sanno dire gli organizzatori come un individuo influente e autoritario possa esercitare la sua influenza ed autorità fuori di un’organizzazione? Forse influenzando uno per uno tutti gl’individui ch’egli conosce? Eh, sì, ci vorrebbe altro! E quand’anche riuscisse a influenzarne autoritariamente qualcuno, non sarà mai il gruppo o la federazione o il partito ch’egli attirerà al suo seguito, allargando così, e tante volte con deplorevolissime conseguenze, l’orbita della sua azione autoritaria. Ma perché questa paura degl’individui autoritarii? Per una ragione molto semplice: perché essi ci sono, anche in mezzo a noi, e perché noi crediamo dannosa, dal nostro punto di vista dell’educazione anarchica, la loro influenza suggestiva sulla massa, anche se intenzionalmente usata a fin di bene. Poiché, e lo diciamo una volta per sempre, salvo casi eccezionali di evidenza indiscussa, noi non vogliamo ammettere in nessuno, amici ed avversari, il preconcetto della malafede.

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Confessiamo di aver provato profonda meraviglia in leggere che nel partito socialista-democratico gli uomini in esso prominenti potrebbero meglio esercitare la propria autorità se il partito fosse disorganizzato! Per dir questo bisogna proprio mostrare di non conoscere la storia e la vita intima del partito socialista-democratico specie degli ultimi anni! Ma se appunto l’autoritarismo, da noi e da tutti deplorato, sempre e così funestamente crescente in detto partito, é derivato dalla manìa organizzatrice de in esso di é sviluppata! Ma se appunto l’irregimentazione burocratica, l’assegnazione delle cariche, la delegazione dei poteri, ha creato nel partito socialista-democratico l’autoritarismo più sfrenato, sicché la Commissiono esecutive di Milano divennero le àrbitre e le regolatrici di tutto il movimento socialista italiano! E forse il partito socialista-democratico era ed é nella sua grande maggioranza composto d’individui in cattiva fede ed autoritarii? No: esso é composto da individui, che sono nella istituzione, diremo così, in se stessa, piuttosto che negl’individui. E perciò noi crediamo che — dato il principio dell’organizzazione, come sistema voluto di lotta — esso debba condurre, anche con i migliori individui, agli stessi, deplorevoli effetti. Qualcuno ci dirà: ma perché ostinarsi in fondo a combattere questo esperimento dell’organizzazione che una parte degli anarchici vuole realizzare? Semplicemente, per questo: perché esso ci appare come un grave pericolo, dato che l’organizzazione in se stessa, a confessione degli stessi organizzatori della Questione Sociale, “é infetta da metodi autoritari”. Egli é che la teoria, in apparenza seducente, delle forse unite, delle coalizioni forti di numero, di elenchi, di quote fisse, di commissioni, di federazioni, ecc. persuade molto spesso le inesperte coscienze di molti nostri compagni, i quali credono di far cosa buona per l’anarchia soffocando la propria individualità nella morta gora della compattezza uniforme di partito e di programma. Ed essi non si avvedono di questo fatto: che assegnando i limiti alla loro azione di anarchici, escludono quasi con disdegno quelli che vogliono restar fuori, all’aria aperta. E da questa esclusione disdegnosa e autoritaria consegue fatalmente — noi già ne vediamo i primi effetti — il settarismo fanatico che mette questi individui, un giorno buoni e cari compagni, di fronte a noi che dissentiamo, non già dalle loro idee, ma soltanto dai loro metodi di lotta, nell’attegiamento di avversarii intransigenti, accaniti, che non ammettono nemmeno più la possibilità che altre idee si esplichino a lato delle idee loro, ma vogliono la distruzione, l’annichilimento di chi non pensa col loro cervello. E’ fosse anche questo genuinamente il loro! Egli é che noi non crediamo che per effettuare l’anarchia basti solo distruggere la proprietà privata e abolire teoricamente ogni forma di governo e di autorità; ma che principalmente occorra formar la coscienza e la capacità degl’individui anarchici a vivere in anarchia, cioè a poter fare a meno dell’autorità. Perché altrimenti, aboliti i governi e le autorità borghesi, noi vedremo, per opera di questi stessi individui che contribuirono a quell’abolizione, crearsi altre autorità di altro genere, di altra forma che non saranno meno per questo autorità e governo. E il settarismo inveterato e atavistico dell’educazione autoritaria, di cui son causa queste volute organizzazioni di partito e della massa, produrrà eccessi deplorevoli da cui conseguiranno altre non meno deplorevoli reazioni. Lo confessiamo con amara tristezza, ma dobbiamo confessarlo: noi avremmo paura di un regime anarchico costituito ora da coloro che oggi diconsi i seguaci dell’anarchia.

 

[L’Aurora, anno I, n. 1 del 16 settembre 1899]