Il grido/slogan “se non valiamo non produciamo” di Non Una Di Meno ha coinvolto in piazza, lo scorso 8 marzo, milioni di persone nel primo sciopero internazionale delle donne. A chi viene chiesta una valorizzazione della propria esistenza? E con quale scopo? Da parte di questa piattaforma, la valorizzazione della propria vita, ma soprattutto del proprio tempo, viene riconosciuta solo in quanto possibilità di produrre: esattamente la stessa logica marcia di un sistema come quello capitalista che, affondando le sue radici nel patriarcato, relega la figura della donna ad uno dei tanti oggetti da sfruttare e mercificare. Il danaro regola le relazioni sociali e il lavoro è il motore di questo tipo di sfruttamento,che non è funzionale a noi stess*, ma che, anzi, schiavizza, rubando il nostro tempo. In un mondo in cui uomini e donne vivono in funzione del mantra “produco, dunque sono” ambire aduna valorizzazione da parte dello stato e del capitale, cioè dei nemici, porta solo ad un capovolgimento di facciata: “sono, dunque produco”. Sarebbe come se una serva, piuttosto che lottare per distruggere le proprie catene, chiedesse alla/al propri* padron* di darle valore in quanto il lavoro/schiavitù (cosa cambia usare un termine o l’altro?) non va riformato, ma distrutto! Al potere istituzionale non va chiesto alcun riconoscimento ed inquadramento del tempo: piuttosto che pensare economicamente al nostro tempo e chiedere alle istituzioni dei servizi da fornirci, la vita va ripresa con le nostre forze e non con questionari, petizioni o riforme… quindi diciamo: “NON PRODUCIAMO, MA DISTRUGGIAMO TUTTE LE CATENE!”

[Volantino distribuito a Pisa]