da: Finimondo
Aveva fatto del dubbio la sua bandiera. Nemmeno una laurea in filosofia, a lungo inseguita, è riuscita poi a chiarirgli le idee. Quando parlava di qualche compagno più sicuro di lui, con voce stupita a metà fra il deluso e l’inorridito lo definiva… «determinato». Per lui la determinazione, intesa come precisazione di qualcosa che prima appariva più vago, non era affatto un pregio, un salto di qualità. No, era una aberrazione paragonabile al fanatismo. Era sinonimo di adesione incondizionata ad una fede o ad una ideologia. Nella sua testa gli individui decisi con idee proprie — pronti a sostenerle a spada tratta — erano solo dei fanatici crociati, mentre gli eterni indecisi (sì ma, forse, dipende, magari, un po’, non troppo, anzi, chissà…) erano i campioni del libero pensiero. Si considerava anarchico «fino a prova contraria» e diffidava della volontà che, in quanto tale, ovviamente non può che essere esagerata.
Non sappiamo che fine abbia fatto, ma lo ricordiamo con affetto da tanto era buono come il pane. Almeno, nei confronti dei «determinati», mostrava tutta la sua candida meraviglia. Nulla a che vedere con il bilioso rancore sprizzato fuori a 360 gradi da chi oggi, come lui, non sa bene che pesci pigliare. E che per questo finisce con l’affermare tutto e il contrario di tutto, scrutando con livore coloro che dicono solo e soltanto ciò che pensano e che fa loro piacere (la partigianeria, che limitante faziosità!).
Andate a pesca di pesce azzurro perché diffidate dei salmoni importati? Dogmatici!
Adorate il vino e vi disgustano le bibite gassate? Settari!
Siete addirittura in grado di spiegare le ragioni su cui si basano le vostre scelte? Ottusi, arroganti, pontefici!!!
Davvero non si capisce come possa esistere gente talmente presuntuosa da avere il cattivo gusto di avere un gusto. Pensate, hanno un così cattivo carattere da avere un carattere. Peggio ancora, sono così superbi da possedere addirittura una prospettiva — la argomentano pure, quei saccenti, ma vi rendete conto?! — anziché abbandonarsi all’attimo fuggente, all’estro del momento, alla corrente, così come viene, in base all’umore, al venticello, all’oroscopo, all’empatia, alla digestione… del libero pensiero.
Quel libero pensiero che, a quanto pare, per non sentirsi prigioniero, ha bisogno di sostenere oggi questo e domani quello, confidando oggi in questo e domani in quello. Ha bisogno di essere perennemente sospeso, in bilico, e perciò momentaneo, occasionale, temporaneo, quel tanto che basta per manifestare il dubbio — «io vorrei» — che protegga dal dogma — «io voglio».
Ma per carità, niente confusioni, niente equivoci. Qui si sta parlando del dubbio che barcolla, non del calcolo che serpeggia. Se vecchi e nuovi bamba dicono tutto e il suo contrario, non è certo perché sono affetti da ipocrita bispensiero. Come faceva già notare qualcuno, «non esageriamo con l’ipocrisia degli uomini, la maggior parte pensa troppo poco per pensare doppio».